Antonio Delfini, Cronache degli informi 06

DIFFIDA DALL’ATTIVISMO

Avvertimento agli scrittori laureati e ai profitenti, agli arrivati e ai novizii: perché scrivere?

La canizie arriverà presto, e a voi preme giungere alla scadenza con una folta bibliografia. Ma sarà quella a darvi il colpo di grazia. Osservate i nonnini, sommersi dal loro stesso repertorio, contraddetti o annullati da un patrimonio che gli anni hanno rapidamente congelato.

“Quelque chose – si chiedeva Mallarmé – comme les Lettres existe-t-il?”. In ogni caso, per diventare scrittore bisogna scrivere. Ma attenzione a non confondere questo momento di sondaggio delle proprie possibilità, con quello che è il momento finale, cioè la celebrazione della rivelazione di sé. Quel momento arriva raramente, in ogni caso non arriva al primo tentativo. Attenzione a non scambiare le ceneri di un fuoco che arde senza fiamma, con la fiamma che si alza quando la materia – arroventata dagli esperimenti infiniti – è diventata così pura e tersa da produrre all’improvviso l’autocombustione.

Il noviziato non finisce mai o quasi mai. Lo scrittore che aspiri a diventare scrittore non separerà mai abbastanza le aggregazioni del superfluo dal nucleo sempre contaminato. Se la proluvie odierna di romanzi è testimonianza di una vocazione al romanzo, se la ripetizione infinita degli schemi poetici è prova di una sempre più diffusa vocazione alla lirica, consideriamo il momento attuale non più che propizio ai buoni propositi, ma guardiamoci dall’esaltarne la fecondità. Questa fecondità, questa facilità, questa risposta sempre immediata alle regole comuni sono proprio il contrario della letteratura.

La vera letteratura mira al silenzio cioè all’essenziale. Non equivochiamo: è essenziale anche la testimonianza, la rappresentazione (il romanzo, il poema), mentre può non esserlo l’immaginazione rarefatta e distillata di certa prosa perversa e disossata di triste e non lontana esperienza, mentre non lo è il brivido lirico e umbratile che ha servito soltanto a separare l’uomo dalla propria sorte e condizione. Ma sono certamente superflui la riproduzione che non sappia condensarsi nel simbolo, l’inventario delle voci del mondo il quale sia incapace di congiungere l’accumulo in una sintesi. Il fatto che oggi vi siano troppe esigenze e suggestioni particolari, una infinita ricchezza di indicazioni, prova che queste esigenze e suggestioni e indicazioni sono per lo meno banali ed ovvie. La letteratura è una introduzione alla storia, non il bavardage della cronaca, il bibelot quotidiano, il pschutt della mondanità. L’esercizio giornalistico in cui tutti gli operatori letterari sono ormai impegnati per adeguarsi alle possibilità di consumo, ha asciugato la prosa ma ha anche rammollito il genio dell’ispirazione.

Se non abbiamo male interpretato, l’Accademia degli Informi reagisce alla spicciola utilizzazione dell’ingegno, alla sua concezione compiuta dell’opera, all’ottimismo oggi vigente per cui il movimento interiore si arresta soddisfatto davanti all’impegno concreto del libro, senza ombra di dubbi, senza insinuare un minimo spazio al rifiuto. In vista dell’inevitabile grande falò del prodotto di un tal genio a poco prezzo, questo invito alla riduzione è l’hallalì della coscienza letteraria ritrovata nel momento culminante dell’orgia.

 

Antonio Delfini, Cronache degli informi,

«Il Caffè», a. VII, n. 7-8, luglio-agosto 1959

 

Per saperne di più:

Rispolverate le Cronache degli informi di Antonio Delfini!

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