L’archivio di Dalkey

Guardate: risalito un viottolo ombreggiato, monotono, per iter, diciamo pure, tenebricosum, te la vedi esplodere davanti come se si fosse miracolosamente squarciato un sipario. Sì, Vico Road.

Gran Dio!
La strada fa una lieve curva in salita e di là dal muretto lungo il marciapiede, sulla sinistra, si estende un mondo incantato: prati sassosi che si srotolano ripidi fino a una ferrovia sul fondo che sembra un giocattolo, e, dietro, immanente, incommensurabile, il mare, che si muove lento e silenzioso nell’immensa distesa di Killiney Bay. Alto nel cielo, che si unisce al mare lungo un orlo slabbrato, un convoglio di nuvole leggere arranca in silenzio verso oriente.
E a destra? Una mostruosa arroganza! Una possente spalla di granito si inerpica perdendosi in lontananza, il suo mantello di ginestrone e di felci puntellato da severe file di pini, abeti rossi e bianchi e ippocastani e, più oltre, da eleganti gruppetti di smilzi eucalipti puntigliosi: tutto un barbaglio di foglie appena mosse, un guazzabuglio di luci, colori, nebbioline e ariosità, una meraviglia in campo verde, verdeggiante, verticale, verticillata, vertiginosa, all’ombra di rami addirittura vespertini. Oddio, sarà sfuggito qualcosa dal lessico del sergente Fottrell?

Flann O’Brien, L’archivio di Dalkey [1964],
traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, 1995.

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